Lettera di Febbraio 2012 da Alessia
Carissimi tutti,
come state?
Qua a Nyahururu tutto procede bene.. caldo e polvere a non finire ma anche un bel cielo blu ogni giorno, un sole splendido e tanti elefanti.
Ormai ho inziato il mio terzo e ultimo anno qui in Kenya … gia’ due anni sono passati dal mio arrivo ma mi sembra ieri quando sono atterrata a Nairobi sola soletta, con il mio bagaglio, piena di dubbi e paure ma anche con tanto entusiasmo e voglia di fare, imparare ed avvicinarmi a questo mondo tanto diverso dal nostro, per condividere un pezzettino di strada con tanti uomini, donne, giovani e bambini semplici ma con una grande umanita’.
Questa volta vorrei condividere con voi la storia di una bambina che abbiamo accolto al St. Rose (centro per bambine vittime di abusi del St. Martin) lo scorso mese e che… ha del miracoloso. Mercy, una bambina di soli 9 anni, e’ stata portata al St. Martin da una volontaria dopo esser stata trovata in strada, sporca, affamata e molto debole. Da mesi viveva da sola con il padre, sempre ubriaco, senza un lavoro fisso e completamente incapace di provvedere ai suoi bisogni. Mercy si era vista costretta a lasciare la scuola per andare ad elemosinare un po’ di cibo ogni giorno dai vicini di casa e dai negozianti del centro piu’ vicino al suo villaggio, fino a quando le proprie condizioni di salute non sono peggiorate; a quel punto i vicini hanno deciso di portarla a Nyahururu in quanto bisognosa di cure e attenzioni specifiche. Dopo qualche giorno che era nel nostro centro, il suo corpo ha iniziato a riempirsi di piaghe, era sempre piu’ debole e cosi’ abbiamo deciso di portarla all’ ospedale per un controllo. Purtroppo dopo aver fatto diversi esami, la bambina e’ risultata essere sieropositiva. Il suo papa’ allora e’ stato rintracciato e portato anche lui all’ ospedale pubblico di Nyahururu per farsi esaminare ed in modo tale che entrambi, padre e figlia, potessero essere introdotti agli antiretrovirali. Quando l’infermiera ha chiesto notizie sulla mamma della bambina, l’uomo ha prima di tutto dichiarato che la donna era morta da anni ma poi, quando Mercy ha iniziato ad accusare il padre di essere un bugiardo di fronte a tutti, l’uomo ha spiagato che in realta’ la donna li aveva abbandonati mesi prima per risposarsi con un altro uomo della stessa etnia dalle parti di Kericho. Alla fine l’uomo si e’ dichiarato incapace di prendersi cura della figlia e ha dato disposizioni al tribunale dei minori affinche’la bambina potesse essere ammessa in un centro per minori sieropositivi. Mercy allora e’ stata riportata al St. Rose, in attesa che si liberasse un posto per lei in una Children’ s home in Nakuru, ma la bambina ha iniziato da subito una sorta di sciopero della fame. Per giorni e giorni si e’ rifiutata completamente di mangiare qualsiasi cosa e cosi’ per via delle medicine prese a stomaco vuoto, ha iniziato a vomitare e a diventare ogni giorno piu’ debole. In tanti abbiamo provato a spiegarle la situazione e a cercare di convincerla ma Mercy era irremovibile nella sua posizione. Era convinta di sapere dove la sua mamma fosse e voleva essere riportata da lei immediatamente. Un primo tentativo e’ stato fatto nel cercare di rintracciare la donna ma nel suo villaggio tutti confermavano cio’ che il marito della donna ci aveva detto in precedenza quel giorno all’ ospedale. Ad un certo punto le condizioni di Mercy cominciavano a diventare sempre piu’ critiche: non mangiava, rifiutava le medicine e un pomeriggio aveva anche cercato di tornarsene a casa a piedi, in lacrime e senza l’aiuto di nessuno nonostante avesse praticamente esaurito tutte le sue energie. Per tutto il tempo che e’ stata al St. Rose, si e’ sempra rifiutata di rimuovere i propri vestiti dal sacchetto di plastica con cui era arrivata, sicura che prima o poi sarebbe tornata a vivere con la madre. Una mattina con un collega eravamo stati incaricati di accompagnare la bambina all’ ospedale per un controllo ma, non so tutt’ ora perche’, alla fine abbiamo deciso di darle l’ opportunita’ di mostrarci dove, secondo lei, la sua mamma viveva. Eravamo convinti che la donna non vivesse piu’ in quel villaggio e che quindi stavamo per fare un viaggio a vuoto ma cio’ nonostante abbiamo pensato che quello fosse l’unico modo per mettere la bambina faccia a faccia con la realta’. Ad un certo punto, dopo essere andati su e giu’ per un numero infinito di colline, realizzammo che la strada era completamente franata e che non c’era verso di proseguire con la macchina, tra l’altro non sapevamo neppure dove stessimo andando di preciso. Stavamo gia’ tornando indietro quando abbiamo deciso di fare l’ultimo tentativo. Abbiamo fermato un uomo che veniva verso di noi per chiedergli se c’era un altra strada per raggiungere quel villaggio ma a quanto pare l’unica soluzione era andare a piedi attraverso la foresta. Concluso ormai che era assurdo metterci in cammino verso un posto che non conoscevamo neppure e con Mercy che nel frattempo era sempre piu’ affaticata, decidemmo di tornare indietro. Ad un certo punto Mercy, che dormiva da una 15ina di minuti sulle mie gambe, si sveglia e mi dice: “Maestra, mi pare di aver sentito la voce di mio fratello .. forse l’ho sognato ma forse no.” L’unico uomo con cui avevamo parlato in tutto il tragitto era quello a cui avevamo chiesto informazioni e cosi’ siamo usciti dalla macchina e abbiamo iniziato a chiamarlo e da lontano gli abbiamo chiesto se conosceva una bambina di nome Mercy…incredibile, l’uomo era proprio suo fratello! Un insegnante del liceo della zona che quella mattina era in una riunione ma che non si sa perche’ ha sentito il bisogno di uscire a fare due passi. Subito si e’ caricato la sorella sulle spalle e tutti assieme eravamo pronti ad attraversare la foresta a quel punto. La mamma di Mercy era li, in una casetta di fango in cima alla collina, appena rientrata dal lavoro dei campi. La donna, dopo essersi separata 5 mesi prima dal marito, aveva deciso di ritornarsene nel proprio villaggio (non lontano da quello in cui viveva col papa’ di Mercy) dove anche gli altri figli, avuti da un precedente matrimonio e ormai gia’ tutti adulti vivevano e lavoravano. Inutile dire che la donna non era ne’ morta ne’ scappata con un altro uomo in Kerischo. All’ inizio anche Mercy era andata con lei ma poi un giorno il padre era andato a riprendersela dicendo che la bambina era kikuyu (etnia del padre) e quindi non doveva avere niente a che fare con la comunita’ dei kalenjin (etnia della mamma). Da quel momento nessuno aveva piu’ avuto notizie di Mercy. Per mesi l’avevano cercata ma senza risultato. Finalmente Mercy ha potuto svuotare quel suo sacchetto e mettere in ordine i propri vestiti. Per un bel po’ di tempo poi si e’ nascosta in una stanza per paura che potessimo riportarla indietro. La gioia che si respirava in quella casa, cosi’ piccola ma piena d’amore .. beh, e’ indescrivibile!
Quel giorno ho davvero ammirato la forza e la determinazione di questa bambina: cosi’ minuta, educata ed indifesa. E’ riuscita a farsi ascoltare e a convincere un intero team di adulti a fare come diceva lei …che storia! Alessia


























