Thursday, February 16, 2012

Lettera di Febbraio 2012 da Alessia

Carissimi tutti,

come state?

Qua a Nyahururu tutto procede bene.. caldo e polvere a non finire ma anche un bel cielo blu ogni giorno, un sole splendido e tanti elefanti.

Ormai ho inziato il mio terzo e ultimo anno qui in Kenya … gia’ due anni sono passati dal mio arrivo ma mi sembra ieri quando sono atterrata a Nairobi sola soletta, con il mio bagaglio, piena di dubbi e paure ma anche con tanto entusiasmo e voglia di fare, imparare ed avvicinarmi a questo mondo tanto diverso dal nostro, per condividere un pezzettino di strada con tanti uomini, donne, giovani e bambini semplici ma con una grande umanita’.

Questa volta vorrei condividere con voi la storia di una bambina che abbiamo accolto al St. Rose (centro per bambine vittime di abusi del St. Martin) lo scorso mese e che… ha del miracoloso. Mercy, una bambina di soli 9 anni, e’ stata portata al St. Martin da una volontaria dopo esser stata trovata in strada, sporca, affamata e molto debole. Da mesi viveva da sola con il padre, sempre ubriaco, senza un lavoro fisso e completamente incapace di provvedere ai suoi bisogni. Mercy si era vista costretta a lasciare la scuola per andare ad elemosinare un po’ di cibo ogni giorno dai vicini di casa e dai negozianti del centro piu’ vicino al suo villaggio, fino a quando le proprie condizioni di salute non sono peggiorate; a quel punto i vicini hanno deciso di portarla a Nyahururu in quanto bisognosa di cure e attenzioni specifiche. Dopo qualche giorno che era nel nostro centro, il suo corpo ha iniziato a riempirsi di piaghe, era sempre piu’ debole e cosi’ abbiamo deciso di portarla all’ ospedale per un controllo. Purtroppo dopo aver fatto diversi esami, la bambina e’ risultata essere sieropositiva. Il suo papa’ allora e’ stato rintracciato e portato anche lui all’ ospedale pubblico di Nyahururu per farsi esaminare ed in modo tale che entrambi, padre e figlia, potessero essere introdotti agli antiretrovirali. Quando l’infermiera ha chiesto notizie sulla mamma della bambina, l’uomo ha prima di tutto dichiarato che la donna era morta da anni ma poi, quando Mercy ha iniziato ad accusare il padre di essere un bugiardo di fronte a tutti, l’uomo ha spiagato che in realta’ la donna li aveva abbandonati mesi prima per risposarsi con un altro uomo della stessa etnia dalle parti di Kericho. Alla fine l’uomo si e’ dichiarato incapace di prendersi cura della figlia e ha dato disposizioni al tribunale dei minori affinche’la bambina potesse essere ammessa in un centro per minori sieropositivi. Mercy allora e’ stata riportata al St. Rose, in attesa che si liberasse un posto per lei in una Children’ s home in Nakuru, ma la bambina ha iniziato da subito una sorta di sciopero della fame. Per giorni e giorni si e’ rifiutata completamente di mangiare qualsiasi cosa e cosi’ per via delle medicine prese a stomaco vuoto, ha iniziato a vomitare e a diventare ogni giorno piu’ debole. In tanti abbiamo provato a spiegarle la situazione e a cercare di convincerla ma Mercy era irremovibile nella sua posizione. Era convinta di sapere dove la sua mamma fosse e voleva essere riportata da lei immediatamente. Un primo tentativo e’ stato fatto nel cercare di rintracciare la donna ma nel suo villaggio tutti confermavano cio’ che il marito della donna ci aveva detto in precedenza quel giorno all’ ospedale. Ad un certo punto le condizioni di Mercy cominciavano a diventare sempre piu’ critiche: non mangiava, rifiutava le medicine e un pomeriggio aveva anche cercato di tornarsene a casa a piedi, in lacrime e senza l’aiuto di nessuno nonostante avesse praticamente esaurito tutte le sue energie. Per tutto il tempo che e’ stata al St. Rose, si e’ sempra rifiutata di rimuovere i propri vestiti dal sacchetto di plastica con cui era arrivata, sicura che prima o poi sarebbe tornata a vivere con la madre. Una mattina con un collega eravamo stati incaricati di accompagnare la bambina all’ ospedale per un controllo ma, non so tutt’ ora perche’, alla fine abbiamo deciso di darle l’ opportunita’ di mostrarci dove, secondo lei, la sua mamma viveva. Eravamo convinti che la donna non vivesse piu’ in quel villaggio e che quindi stavamo per fare un viaggio a vuoto ma cio’ nonostante abbiamo pensato che quello fosse l’unico modo per mettere la bambina faccia a faccia con la realta’. Ad un certo punto, dopo essere andati su e giu’ per un numero infinito di colline, realizzammo che la strada era completamente franata e che non c’era verso di proseguire con la macchina, tra l’altro non sapevamo neppure dove stessimo andando di preciso. Stavamo gia’ tornando indietro quando abbiamo deciso di fare l’ultimo tentativo. Abbiamo fermato un uomo che veniva verso di noi per chiedergli se c’era un altra strada per raggiungere quel villaggio ma a quanto pare l’unica soluzione era andare a piedi attraverso la foresta. Concluso ormai che era assurdo metterci in cammino verso un posto che non conoscevamo neppure e con Mercy che nel frattempo era sempre piu’ affaticata, decidemmo di tornare indietro. Ad un certo punto Mercy, che dormiva da una 15ina di minuti sulle mie gambe, si sveglia e mi dice: “Maestra, mi pare di aver sentito la voce di mio fratello .. forse l’ho sognato ma forse no.” L’unico uomo con cui avevamo parlato in tutto il tragitto era quello a cui avevamo chiesto informazioni e cosi’ siamo usciti dalla macchina e abbiamo iniziato a chiamarlo e da lontano gli abbiamo chiesto se conosceva una bambina di nome Mercy…incredibile, l’uomo era proprio suo fratello! Un insegnante del liceo della zona che quella mattina era in una riunione ma che non si sa perche’ ha sentito il bisogno di uscire a fare due passi. Subito si e’ caricato la sorella sulle spalle e tutti assieme eravamo pronti ad attraversare la foresta a quel punto. La mamma di Mercy era li, in una casetta di fango in cima alla collina, appena rientrata dal lavoro dei campi. La donna, dopo essersi separata 5 mesi prima dal marito, aveva deciso di ritornarsene nel proprio villaggio (non lontano da quello in cui viveva col papa’ di Mercy) dove anche gli altri figli, avuti da un precedente matrimonio e ormai gia’ tutti adulti vivevano e lavoravano. Inutile dire che la donna non era ne’ morta ne’ scappata con un altro uomo in Kerischo. All’ inizio anche Mercy era andata con lei ma poi un giorno il padre era andato a riprendersela dicendo che la bambina era kikuyu (etnia del padre) e quindi non doveva avere niente a che fare con la comunita’ dei kalenjin (etnia della mamma). Da quel momento nessuno aveva piu’ avuto notizie di Mercy. Per mesi l’avevano cercata ma senza risultato. Finalmente Mercy ha potuto svuotare quel suo sacchetto e mettere in ordine i propri vestiti. Per un bel po’ di tempo poi si e’ nascosta in una stanza per paura che potessimo riportarla indietro. La gioia che si respirava in quella casa, cosi’ piccola ma piena d’amore .. beh, e’ indescrivibile!

Quel giorno ho davvero ammirato la forza e la determinazione di questa bambina: cosi’ minuta, educata ed indifesa. E’ riuscita a farsi ascoltare e a convincere un intero team di adulti a fare come diceva lei …che storia! Alessia

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Thursday, December 8, 2011

Habary 12

 Nyahururu, dicembre 2011

Carissimi amici,

Come procede in Italia? Qui a Nyahururu tutto bene, ultimi giorni di lavoro e poi gli uffici del St. Martin chiuderanno per le vacanze di Natale mentre le attivita’ nei nostri centri di riabilitazione per i bambini di strada e al Talitha Kum continueranno a pieno ritmo ed anzi si intensificheranno dal momento che i nostri bimbi non se ne andranno in ferie!

Eh si, un altro Natale qui in Kenya si sta avvicinando … senza alberi, luci, addobbi, regali, neve, freddo, pranzi e cene in famiglia, uscite con gli amici di vecchia data …

Natale, quanto vorrei fosse Natale per tutti! Purtroppo per tutte le persone del nord del Kenya, dove la siccita’ si sta trasformando in una tragedia umanitaria, non ci sara’ nessuna differenza rispetto ad ogni altro giorno: anche a Natale dovranno lottare contro la fame. Da mesi i turkana, i borana, i samburu, i rendille e le altre popolazioni al nord del paese, assieme a quelle del sud dell’ Etiopia e dell’ intera Somalia, soffrono per una delle piu’ grandi crisi alimentari degli ultimi decenni. Le cifre si aggirano piu’ o meno attorno a 3.7 milioni di somali che rischiano di morire di fame, 4.5 milioni le persone a rischio in Etiopia e 3.5 milioni in Kenya. Sono 12 milioni le donne, gli uomini e i bambini a lottare ogni giorno contro la fame e le malattie ad essa collegate nel Corno d’Africa. Migliaia e migliaia sono i somali che ogni giorno arrivano nei campi profughi allestiti nelle zone nord orientali del Kenya, gia’ da tempo sovraffollati e al collasso (i campi allestiti per accogliere 90 mila persone ne contengono gia’ secondo le stime piu’ di 450 mila), perche’ scappati dalla carestia e/o dalle violenze delle milizie locali e del gruppo insurrezionale islamista di stampo terroristico di Al Shabaab, contro cui anche il Kenya e’ entrato in guerra da meta’ ottobre (l’esercito kenyano ha fatto incursione in Somalia, dopo che il Kenya aveva subito una serie di attacchi terroristici, con lo scopo di far retrocedere Al Shabaab e allontanandolo cosi’ dai propri confini). La fame e i disagi dovuti ai flussi dei profughi somali ma anche alle migrazioni di intere popolazioni kenyane verso terre piu’ clementi (scendono verso il centro Kenya dalle zone desertiche e torride del nord), conribuiscono poi ad accentuare gli scontri tra diverse etnie, in particolare nelle zone di Marsabit e Isiolo (dove si trovo tra l’altro don Mario Meggiolaro, missionario della Diocesi di Venezia), dove turkana, borana e samburu cercano con ogni mezzo di sopravvivere dopo la perdita di piu’ della meta’ del loro bestiame (unica cosa ache possiedono) per via della siccita’. Mentre tutto questo succede a poche ore di macchina da qui, a Nyahururu la nostra gente continua con la propria vita che, come risultato della crisi economica globale degli ultimi tempi, e’ diventata molto piu’ cara. I prezzi di tutti i beni non prodotti in loco (come sale, zucchero, benzina, etc) sono quasi triplicati (es. 1 Kg di zucchero che mesi fa costava 80 Kshs adesso ne costa attorno ai 200), cosa che ha fatto aumentare anche di conseguenza i costi di tutti i servizi e delle rette scolastiche. Visto il caro vita, molti bambini e giovani vedono lontana la possibilita’ di poter continuare con gli studi e cosi’ iniziano a cercare lavoro per poter supportare le proprie famiglie. Peccato che anche la disoccupazione, soprattutto giovanile, sia in aumento e cosi’ di pari passo aumentano le situazioni di disagio (alcolismo, suicidi, crimini, violenza domestica, diffusione dell’ HIV/AIDS, ragazzi e bambini per le strade, disfacimento dei nuclei famigliari e dei valori culturali che per secoli erano alla base di ogni comunita’). “Come da noi qui in Italia” direte voi … probabilmente si anche se qui tutto assume dimensioni gigantesche.

Ad ogni modo anche qui il Natale e’ ancora sentito con un momento di gioia da condividere con le persone piu’ care. Non importano le difficolta’ economiche o di altro genere, a Natale tutti i membri, vicini e lontani, della stessa famiglia si devono per forza incontrare per tutte le festivita’ in una delle case (si fa turno e quindi ogni anno si cambia) per celebrare il piu’ grande di tutti i miracoli, la VITA e il piu’ grande di tutti i doni, la FAMIGLIA. Con questo vi lascio cari amici augurando a tutti voi un felice Natale e un buon inizio per il nuovo anno, nella speranza che con le scelte che tutti noi siamo chiamati a prendere ogni giorno, riusciamo sempre di piu’ ad avvicinarci alla direzione giusta.

Alessia

Daniel Ngigi, 2 settimane, bebe’ di strada, e’ il nostro Gesu’ bambino per quest’anno e insieme a me, a tutti i bambini del Talitha Kum e dei centri (Rehab, St. Rose & DIC), ai ragazzi/e di strada, agli altri beneficiari dei vari programmi del St. Martin (persone con disabilita’, affette da HIV/AIDS e vittime di violenze), agli amici di Effatha’, ai volontari e ai membri dello staff del St. Martin, alle comunita’ di Ol Moran (suore, giovani, bambini, collaboratori e parrochiani tutti) e Nairobi (missionari e amici dello slum di Kibera) e a tutti i missionari della Diocesi di Venezia e Padova,

vi augura BUON NATALE e FELICE ANNO NUOVO!!!

Posted by olmoran in 22:30:37 | Permalink | Comments Off

Habary Kenya 11

 Nyahururu, novembre 2011

Ciao a tutti,

Habari yenu?

Abbiamo avuto una nuova ammissione al Talitha Kum qualche mese fa e adesso i bambini, come forse gia’ saprete, sono 63. Quando Caroline e’ arrivata tutti noi siamo rimasti a bocca aperta, nessuno credeva potesse resistere per piu’ di qualche giorno viste le condizioni. Era magrissima (ha 14 anni e al suo arrivo pesava solo 14 Kg), piena di piaghe dappertutto, con la tubercolosi che aggravava la suo malattia (gia’ ad uno stadio avanzato), non aveva la forza ne’ per parlare ne’ tanto meno per camminare, era depressa e senza piu’ neppure la voglia di lottare per rimanere in vita. Nonostante Caroline sia una vittima di uno dei piu’ atroci abusi che una bambina possa subire e non abbia alcuna colpa su quanto accaduto, i suoi genitori non riuscivano nemmeno a guardarla in faccia il giorno in cui l’hanno portata al Talitha Kum, un po’ per le sue critiche condizioni ma soprattutto perche’ ancora sotto sotto convinti che in qualche modo se la fosse cercata tale situazione .. neppure loro erano disposti a darle nessuna chance. E invece Caroline, ci ha piacevolmente sorpresi tutti: ha ripreso a mangiare, aiuta le “mamme’ della casa nelle pulizie mentre gli altri bambini sono a scuola, socializza con tutti i membri, grandi e piccoli, della famiglia del Talitha Kum, ed e’ riuscita a fare, con gran sorpresa di tutti, gli esami della fine dell’ottavo anno delle scuole primarie nonostante non fosse stata a scuola negli ultimi quattro mesi. La sua determinazione e’ stata invidiabile: era troppo debole per andare a scuola ma nonostante tutto passava le sue giornate a studiare perche’ non voleva assolutamente ripetere l’anno e alla fine … ce l’ha fatta.

Un’ altra che puo’ dire anche lei di avercela finalmente fatta e’ la piccola Jane, una bambina di 1 anno e mezzo di Ol Moran nata con una malformazione cardiaca. Beh, grazie a tutti voi e al supporto di tanti altri amici, le suore Ancelle della Visitazione di Ol Moran sono riuscite a raccogliere la cifra per l’intervento in un ospedale privato di Nairobi e adesso, a piu’ di un mese dall’intervento, i medici dicono che Jane e’ finalmente fuori pericolo. Mai la sua mamma avrebbe immaginato che sarebbe riuscita a veder crescere la sua bambina vista l’enorme somma richiesta e paragonata alla propria situazione (giovane donna, abbandonata dal marito, senza lavoro e con cinque figli a carico) ma invece .. Ecco, con questa specie di miracoli vi abbraccio!

Alessia

 L’arrivo di Caroline al Talitha Kum

Jane Wairimu a due settimane dall’ intervento al cuore, nella casa di Nairobi delle suore Ancelle della Visitazione, che l’hanno accolta con la sua mamma per tutto il periodo di convalescenza.

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Habari Kenya 10

Nyahururu, ottobre 2011

Carissimi amici,

come state? Da quanto… ormai mi avrete data per dispersa ma invece no, sono ancora qui in quelli di Nyahururu, cittadina del centro Kenya, dove ogni giorno cerco di fare del mio meglio per capirci qualcosa in questo marasma di eventi, situazioni, aspetti culturali, fallimenti, e momenti di grande gioia e soddisfazione. Dopo ormai due anni che vivo qui ci sono ancora aspetti della vita di tutti i giorni che riescono a stupirmi e che a mio avviso hanno del miracoloso: qua ho davvero la sensazione costante di vivere a pieno e mai quella di sopravvivere e questo gia’ lo considero un lusso concessomi. Sia nei momenti di grande entusiasmo sia in quelli di grande smarrimento e confusione non riesco mai a trovare le mie giornate vuote e mediocri. Sono stati mesi di grandi domande e riflessione in cui non ho fatto altro che interrogarmi su molte cose ma soprattutto su me stessa: alla fine la vera missione e’ questa mi sa, non tanto aiutare gli altri ma quanto piuttosto atraverso gli altri riuscire a capire meglio se’ stessi e lasciarsi piano piano trasformare (processo non sempre facile, veloce ed indolore). Inaspettatamente mi sono trovata in situazioni in cui mai avrei immaginato di potemi trovare (e dove anche mai avrei voluto trovarmi ad essere sincera) ma che mi hanno anche permesso di rinnovare in coscienza l’impegno preso due anni fa quando ho deciso di venire qui e mi sono state e tutt’ora sono da stimolo e incoraggiamento ogni mattina quando mi sveglio e nel lavoro quotidiano con i bambini e i ragazzi di strada.

Il nostro programma e’stato tragicamente colpito dalla morte di quattro dei nostri beneficiari nel giro di poche settimane tra il mese di settembre e quello di ottobre. Tutti attorno ai 20 anni, tutti con storie tremende alle spalle fatte di tragedie, lutti, abbandono, rigetto e tutti con ancora molte cose da insegnare a tutti noi. Due sono stati vittime, come una altra 50ina di persone a Nyahururu nel giro di una settimana, della birra locale chiamata chaang’a, un distillato molto economico cucinato e venduto illegalmente per di piu’ nelle baraccopoli, fatto con mais andato a male e altre sostanze chimiche e altamente tossiche come il liquido delle batterie delle macchine e la formalina usata nelle camere mortuarie per preservare i corpi. Un altro ragazzo, James, di soli 18 anni e che per lungo tempo era stato nei nostri centri di riabilitazione per bambini di strada (era finito in strada dopo essere rimasto orfano e rigettato da tutti i suoi famigliari per via del suo stato) morto per via dell’ AIDS e infine Zacharia ….

Zacharia aveva solo 22 anni ma gia’ una moglie 19enne, anche lei in strada da anni, e due bambini, Mwangi di due anni e Paloma di appena due mesi. Suo padre aveva abbandonato la famiglia quando Zacharia, che e’ il primogenito, era in terza elementare. Per qualche anno ha vissuto con sua mamma e i suoi due fratellini in Maina, baraccopoli di Nyahururu, fino a che non e’ rimasto orfano. A qual punto ha vissuto per un po’ con la nonna materna, molto anziana e senza nessuna fonte di reddito se non la generosita’ dei vicini di casa che le davano ogni tanto il cibo in eccesso. Zacharia ha cosi’ dovuto immediatamente smettere con “il lusso” di andare a scuola ed ha iniziato a cercare qualche lavoretto in strada per poter sopravvivere. A quel punto la sua vita si era mescolata a quella di tanti altri bambini e giovani che vivevano per le strade di Nyahururu, con cui poteva condividere esperienze di vita simili e che erano in grado di capirlo piu’ di chiunque altro. Vivendo in strada ha incontrato nuovi amici su cui poter contare e in particolare ha incontrato Njeri, una ragazza di strada forte e determinata con cui si e’ presto sposato, secondo il rituale dei “chokora” ( = spazzatura, termine con cui vengono indicati i bambini e ragazzi di strada qui in Kenya) e da cui ha avuto due bambini. Zacharia non sniffava piu’ colla, ne’ fumava bangi (marijuana) come gli altri: era diventato un padre di famiglia e doveva ogni giorno darsi da fare per cercare dei lavoretti che gli permettessero a fine mese di pagare l’affitto di una stanza dove Njeri viveva con i bambini invece si stare in strada giorno e notte. Quando non lavorava (tirare carretti, pulire ristoranti, reciclare pezzi di metallo o plastica dalla spazzatura da rivendere a peso al mercato, vendere vestiti usati, etc.), aiutava il St. Martin a convincere i bambini piu’ piccoli a tornarsene a casa o a venire nei nostri centri o cercava informazioni sugli altri ragazzi di strada utili per poterli poi assistere nell’ ottenere una carta d’identita’. Una notte dopo il lavoro, stava tornando a casa quando ha visto dei vestiti appesi ad asciugare in un appartamento al primo piano e in quel momento ha pensato di rubarli per potersi cosi’ cambiare e tornare a casa pulito l’indomani mattina ma nel momento in cui li prendeva, un uomo ha apero la porta di casa e l’ha visto. A quel punto non si sa se, mentre scappava, Zacharia e’ scivolato e caduto di sotto da solo o se e’ stato gettato giu’ da quello stesso uomo (qui la gente non e’ molto indulgente con i ladri, poco importa se sono adulti o bambini) fatto sta che quell’ incidente ha stroncato la sua vita per sempre. Il suo corpo e’ stato in strada per ore mentre la folla lo fissava e definiva quanto successo “la giusta fine per un ladro”. All’ arrivo della polizia, la folla si e’ allontanata e in quel momento due ragazzi di strada che passavano di la’ l’hanno riconosciuto. In camera mortuaria il suo corpo e’ stato gettato nudo sopra una pila di altri corpi nudi e senza nome, o meglio, sopra una pila di corpi di persone i cui famigliari non avevano soldi per pagare una cella frigorifera o la formalina per la conservazione del corpo e che quindi diventavano automaticamente “senza nome”. I ragazzi di strada si sono subito mobilitati per richiedere i permessi alle autorita’ per tagliare degli alberi in foresta per costruire la cassa per Zacharia in modo tale da poterlo sepellire in fretta riducendo cosi’ i costi della camera mortuaria che nessuno, ne’ loro ne’ la moglie erano in grado di pagare. Con un collega del programma invece siamo subito andati ad assicurarci che Zacharia fosse comunque trattato in modo umano fino al giorno del funerale e non come un sacco di immondizia e poi siamo stati alla polizia per convincerli a scrivere un’ autorizzazione che bloccasse il post mortem (automatico dopo il decesso e molto costoso), le cui spese Njeri non poteva permettersi di affronatare. In quel momento dei cugini di Zacharia e suoi coetanei sono apparsi dal nulla alla stazione di polizia dicendoci di non darci troppo disturbo perche’ alcuni famigliari benestanti avevano accettato di farsi carico di tutte le spese nonostante non fossero piu’ in contatto con Zacharia da anni e non lo considerassero piu’ da tempo membro della propria famiglia. Quando Zacharia era vivo, mi sono detta, e soffriva per le strade non era un loro problema ma adesso, erano pronti a dargli un estremo saluto in grande stile. Il giorno del funerale, alle 8 del mattino, con il mio collega e i ragazzi di strada arriviamo in camera mortuaria e sorpresa, non ci sono ne’ parenti, ne’ amici di lunga data, ne’ i vestiti per rivestire il corpo, ne’ i soldi per pagare il conto, ne’ la cassa, ne’ una macchina per trasportarlo fino al cimitero pubblico, su una collina dietro la baraccopoli di Nyahururu. Dopo tre ore passate li ad aspettare, finalmente i due cugini arrivano, seguiti poi da due zii tutti elegantissimi, e al problema soldi iniziano ad accusare i ragazzi di strada di esser stati loro probabilmente ad aver speso i soldi del funerali in alcohol e che per questo non erano piu’ disposti a pagare anche solo 10 centesimi in piu’. Alla fine erano stati proprio loro, i famigliari, ad aver approfittato della situazione di confusione e del coinvolgimento dei ragazzi di strada, per spendere tutti i soldi del funerale in festeggiamenti vari. Cio’ che e’ stato comunque mirabile e’ stato il comportamento proprio dei ragazzi di strada, veri amici e famigliari di Zacharia che, con grande maturita’, senza nemmeno rispondere alle accuse fatte, si sono subito mobilitati per trovare una soluzione e dare una degna sepoltura al loro amico. Hannno contribuito tutti con quanto potevano (alcuni di loro pure facendosi dei debiti in citta’) per saldare i conti della camera mortuaria, hanno recuperato una camicia e un paio di pantaloni piu’ o meno puliti con cui loro stessi hanno vestito il loro Zacharia, a spalla lo hanno trasportato fino al luogo della sepoltura (in una cassa super economica recuperata), hanno scavato la fossa e l’hanno sepellito. Grandi discorsi sono stati fatti dai familgliari e dai due pastori di due diverse chiese protestanti accanto a quel cumulo di terra ma nessuno tra i ragazzi di strada ha pronunciato invece neppure una mezza parola: il loro silenzio e’ stato molto piu’ eloquente di tanti altri discorsi e la loro presenza ed amicizia nei confronti di Zacharia e’ stato il piu’ bel addio che un chokora potesse ricevere.

Scusatemi se mi sono dilungata ma spero di essere comunque riuscita a darvi almeno un accenno non della “miseria” di alcuni, quanto della “grandezza” di altri, dai quali ogni volta mi ritrovo a dover solo che imparare.

Un abbraccio a tutti

Alessia

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Wednesday, February 9, 2011

Missione di Lamphun – diocesi di Chiangmai (Thailand) Relazione pastorale

Questa non e’ una vera e propria relazione ma il racconto di come sta iniziando la nostra presenza a Lamphun. E’ proprio vero che “camminando la strada si apre davanti”.

La storia della comunita’:

1. A maggio del 2010 don Piero viene ad abitare in una casa presa in affitto su indicazione della Diocesi di Chiangmai. In questa casa iniziano le celebrazioni domenicali: cominciano a partecipare alcuni membri della famiglie cattoliche (dieci in tutto) sparse nel territorio. Il primo servizio e’ “stare” a Lamphun: il timore della piccola comunita’ e’ che, come accaduto in passato, dopo un po’ venga di nuovo abbandonata. Il nostro primo impegno e’ quindi la fedelta’ alla celebrazione dell’eucarestia, anche se a volte il numero dei fedeli e’ minimo, l’aiutarli a creare legami tra di loro, svegliare la coscienza che loro sono la chiesa locale, coinvolgendoli nella visita agli ammalati, nelle piccole decisioni, nella ricerca di un luogo per collocare la nostra chiesa. Grande infatti e’ il loro desiderio di avere un luogo di culto proprio.

Le difficolta’ iniziali: le famiglie cattoliche sono disperse nel territorio, non si conoscono bene e non conoscono le case gli uni degli altri. Molti cattolici della prima ora si sono allontanati dalla pratica o sono stati risucchiati nelle precedenti tradizioni.

2. Alla fine di giugno la Diocesi affitta per noi uno stanzone al mercato municipale, stanzone che viene adibito a cappella: l’interno e’ accogliente ma l’ambiente esterno non aiuta ne’ la calma delle celebrazioni ne’ la possibilita’ di creare un po’ di comunione tra i partecipanti.

In compenso essendo il mercato un luogo pubblico e conosciuto aumenta la presenza dei partecipanti: alle famiglie del posto si aggiungono vari lavoratori e alcuni studenti della scuola di agraria, tanto che in alcune circostanze non c’e’ posto per tutti all’interno.

Il mese di ottobre, con la recita del rosario nelle famiglie, da’ a tutti la possibilita’ di conoscersi meglio e riesce a recuperare alcuni cattolici che da molti anni non partecipavano a celebrazioni di sorta.

3. Nel mese di dicembre la Diocesi, nella persona del vicario generale e parroco della Cattedrale (di cui Lamphun e’ una “cappella”) acquista un ampio terreno vicino alla citta’ vecchia di Lamphun nella zona degli uffici amministrativi della provincia; li’ si trovava un salone che viene adattato a cappella.

Il primo Natale registra una partecipazione molto piu’ numerosa dii quanto si osasse sperare, sia nella preparazione che nella celebrazione. Da questa festivita’ in poi un gruppo (piu’ di quaranta) di birmani immigrati o rifugiati inizia a partecipare regolarmente e con grande devozione a una messa polilingua.

4. Il Natale diventa anche l’occasione per stringere conoscenza con le famiglie vicine e le autorita’ del villaggio dove sara’ la nostra nuova residenza.

5. A Natale si consolida inoltre il servizio a una comunita’ di karian che abitano su un alto monte difficile da raggiungere: il vescovo ci ha messo a disposizione due catechisti dello stesso gruppo etnico che iniziano a dare un attendimento a questa comunita’ dove ora undici adulti hanno fatto richiesta di prepararsi per il battesimo.

La vita della Missione

il nucleo fondante della comunita’ e’ il gruppo delle famiglie cattoliche qui residenti da parecchi anni, gruppo che si pone come un ambiente di accoglienza per i giovani lavoratori, per gli studenti universitari, per i birmani immigrati.

La presenza di moltissimi giovani cattolici nelle fabbriche del “distretto industriale di Lamphun” e’ una sfida improba. E’ difficile pensare che siano la base della comunita’. La quasi totalita’ si ferma a Lamphun per pochi anni; i ritmi di lavoro sono estenuanti, lavorano anche alla domenica. Il clima che li circonda e’ consumistico. Manca per loro un luogo di incontro e fraternizzazione (alla domenica l’unico luogo di svago e’ il BigC-supermercato, a meno che non sia il karaoke). Di fatto il numero dei lavoratori partecipanti alle messe e’ piccolo, si vedono sempre facce nuove mentre i precedenti scompaiono.

Si vede il bisogno di un gruppo di giovani, che sostenuti nella vita cristiana, possano essere missionari nei loro ambienti, nelle fabbriche.

L’arrivo a fine ottobre di don Giuseppe apre nuove prospettive su questo campo. Don Giuseppe continua a seguire il gruppo di universitari che sono accolti nella casa Emmaus a Chiangmai e che ora fa parte del servizio pastorale della comunita’ di Lamphun.

Il cammino per l’annuncio del Vangelo e’ il dialogo, come da indicazioni dei vescovi asiatici condensate nel motto “incontro tra religioni, tra culture e incontro con la gente specialmente i poveri”.

Questa del dialogo non e’ scelta, si impone per la situazione:

- si impone perche’ a Lamphun tutte le famiglie cattoliche sono interreligiose (il marito o la moglie o i figli sono buddhisti).

- il dialogo e’ un fatto che si impone per la situazione numerica della comunita’ cattolica (trenta cattolici residenti stabili su una popolazione di 450.000 abitanti la provincia).

- infine appare chiaro da molti aspetti che Lamphun ha una forte, orgogliosa religiosita’ buddhista.

Il metodo di annuncio e’ la testimonianza: come dicono i vescovi asiatici: “raccontare la storia di Gesu’ nelle nostre vite”

Ci facciamo presenti a quanti piu’ avvenimenti sociali e religiosi possibili per “abituate tutti a considerci loro fratelli” (Charles de Foucauld)

Al mercato, negli uffici, alle feste, nelle visita ai templi, nelle conversazioni con monaci e gente del popolo ci presentiamo come cattolici e come persone interessate a conoscere la loro tradizione religiosa, chiedendo informazioni su tradizioni, pratiche, significati.

Dal Natale scorso a chi ci incontra possiamo dire che siamo preti cattolici, dal momento che abbiamo un “tempio” : difatti per loro un monaco e’ monaco se appartiene a un tempio e a un luogo ben visibile.

Facciamo esercizio di contemplazione della presenza del Signore in questo ambiente e in queste vite e coltiviamo la certezza che Dio e’ Padre loro anche se non lo conoscono.

La missione di Lamphun e’ stata definita dal vescovo e descritta nell’Annuario delle diocesi thailandesi come “casa di servizio pastorale”. Di fatto siamo una cappella della parrocchia della Cattedrale di Chiangmai. Questo fa si’ che la diocesi, nelle persone del vescovo e del parroco della cattedrale, nutrano un gran senso di responsabilita’ nei confronti del lavoro pastorale, sia contribuendo economicamente alle spese (affitto della cappella al mercato, acquisto del terreno, adattamento del salone a cappella, altri lavori di sistemazione) sia dando indicazioni su come procedere nel nostro servizio.

Per questo motivo ci sentiamo pienamente a servizio della diocesi e sentiamo anche la solidarieta’ della diocesi e dei preti.

Lamphun

4 febbraio 2011

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Wednesday, January 19, 2011

Da Alessia , Nyahururu, gennaio 2011 – Natale 2010

Cari amici,

ben ritrovati! Sono solo pochi giorni che abbiamo riaperto gli uffici e ricominciato a pieno ritmo le nostre attività dopo quasi un mese di chiusura. Per la maggior parte dei colleghi del St. Martin è stata l’occasione per riposarsi dopo un lungo anno di lavoro ma soprattutto per andare a visitare le proprie famiglie in giro per il Kenya. Anche da queste parti il Natale è sacro ed è un momento importante dell’anno da passare con le persone più care: non importa quanto lontano uno si sia trasferito ma a Natale la famiglia, un anno da uno un anno da un altro, si deve riunire. Così sia al St. Martin che in tutta la cittadina di Nyahururu tutti erano in fermento, non per la corsa dell’ultimo minuto per comperare i regali ma semplicemente perché spostarsi con tutta la famiglia da una parte all’altra del paese con i mezzi pubblici, che tra l’altro ne approfittano per triplicare i prezzi dei biglietti, non è uno stress da poco da queste parti, è una cosa che va programmata e pianificata per tempo e al dettaglio. Per me invece, povera immigrata, il Natale non ha portato con sé grandi cambiamenti rispetto alla vita di tutti i giorni né grandi spostamenti dal momento che non avevo nessuno da visitare, l’ho semplicemente trascorso qui a Nyahururu tra i bambini del Talitha Kum, quelli dei nostri centri e i ragazzi di strada: alla fine sono loro la mia famiglia qui in Kenya ed era con loro che mi sono sentita di festeggiare questo periodo così importante, nonostante molti colleghi mi avessero invitata a trascorrere le feste con loro e le loro famiglie.

All’ inizio, un po’ per la stanchezza accumulata nel corso dell’anno e un po’ perché si sa, sono in questi momenti che ti accorgi di essere un po’ fuori posto, ero partita un po’ giù di corda, un po’ malinconica e nostalgica ma ben presto mi sono resa conto del grande dono ricevuto: l’opportunità di celebrare un Natale speciale, unico ma soprattutto vero.

Ogni anno il 24 dicembre il St Martin organizza la Veglia di Natale in town con tutti i ragazzi di strada ma quest’ anno si è deciso di fare una piccola modifica al programma e di andare con loro nella prigione di Nyahururu in modo da poter coinvolgere così anche tutti i carcerati, compresi quelli di altre fedi. Convincere i ragazzi di strada a passare un pomeriggio intero in carcere non è stato all’inizio semplice per via del rapporto per niente amichevole che c’è tra loro e la polizia né, allo stesso tempo, dall’ altro lato, convincere i responsabili del carcere a farli entrare e a dar loro fiducia ma alla fine entrambe le parti, convintesi dell’ importanza della cosa, sono riusciti a mettere da parte i loro dissapori e a riunirsi insieme per celebrare il Natale. Cari amici vi assicuro, è stata la Veglia di Natale più bella a cui io abbia mai partecipato. Celebrarla in mezzo agli ultimi della società, a coloro che sono rigettati, disprezzati ed emarginati da tutti, in un modo molto semplice, senza addobbi, bei vestiti, senza una bella chiesa che fa da cornice al tutto … colleghi che hanno rimandato la partenza per poter essere presenti e condividere questo momento con tutti noi, ragazzi, bambini e famiglie di strada che per partecipare alla Messa e festeggiare il Natale con noi hanno resistito alla tentazione delle droghe ma soprattutto di rimanere in strada a guadagnare qualche soldo per potersi pagare la cena, i carcerati che hanno aderito alla cosa con gioia e all’unisono nonostante molti di loro appartenessero ad altre religioni, le guardie del carcere che erano presenti nonostante non fossero di turno… non è spiegabile. Ho subito pensato che se anche noi in Italia tornassimo qualche volta all’essenziale… quante cose ci perdiamo! Ci lasciamo distrarre da un sacco di cose senza alcuna importanza!

Il giorno di Natale invece è iniziato molto presto ma amici, che gioia! Sono stata svegliata verso le 6:30 del mattino da tutti e 60 i bambini del Talitha Kum che sono venuti a cantarmi “Merry Christmas” dalla finestra della mia camera subito dopo aver preso le loro medicine. Da lì è stata una festa continua: tra balli e canti siamo arrivati alle 22 senza neanche accorgercene! Sicuramente è stato un Natale insolito: faceva caldo, niente super pranzo né panettone, niente famiglia né amici di vecchia data ma l’allegria di questi bambini e la loro emozione nel celebrare un giorno così importante seppur senza alcun regalo sotto l’albero (anche perché non c’è neppure l’albero) non credo potrò mai dimenticarlo.

Subito dopo Natale ho deciso invece di andare a trovare gli amici di Ol Moran e anche lì ho travato un gran clima di festa. Ogni anno le suore organizzano una giornata dedicata a tutti i bambini. Tutti i bambini dei vari villaggi che vivono in quell’area sono invitati con le loro famiglie in Parrocchia a celebrare tutti insieme(pokot, turkana, somali, kikuyu, etc.) il Natale e l’arrivo del nuovo anno. Tra canti e balli tradizionali (ogni famiglia doveva preparare qualcosa), torte e giochi, la giornata è trascorsa in un baleno: un semplice appuntamento per ricordare a tutti, in una zona dove gli scontri tra etnie sono di casa, quanto è bello vivere in pace e nel rispetto reciproco. L’anno nuovo invece con chi avrei potuto festeggiarlo se non con tutta la sua banda di giovani? Anche in questo caso ragazzi e ragazze di diversi villaggi ed etnie sono venuti in parrocchia a festeggiare il Capodanno: abbiamo ballato tutta la notte fino alle 8 del mattino e poi, quando ormai il sole era spuntato, piano piano se ne sono tornati tutti a casa.

Ecco cari amici una specie di cronaca del mio primo Natale in Kenya.

Vi abbraccio tutti e vi auguro un buon inizio anno! Colgo l’occasione ancora una volta per ringraziarvi tutti per il sostegno che in un modo o nell’altro mi avete dato in questo primo anno di Missione.

A presto

Alessia

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Friday, December 24, 2010

Buon Natale da Alessia e dal Kenya

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Thursday, December 2, 2010

Da Alessia Nyahururu, novembre 2010

Nyahururu, novembre 2010

Ciao a tutti!

Come state?

Qui a Nyahururu tutto procede bene! Tra le fatiche e le soddisfazioni di ogni giorno come in ogni angolo di questo nostro mondo!

Da qualche giorno mi sono trasferita al Talitha Kum (casa dove vivono 60 bambini e adolescenti tra i 4 e i 17 anni, orfani e sieropositivi.. lo dico per chi non lo sapesse già!). Non è sicuramente il posto migliore per riposarsi (non appena arrivo a casa, stanca morta dopo una lunga giornata di lavoro, neppure il tempo di varcare il cancello di ingresso e subito mi saltano tutti addosso), ma senza dubbio è il posto migliore dove celebrare la vita! Con i loro sorrisi, i loro canti, il loro correre qua e là e le loro attenzioni.. boh, tutta la fatica e le difficoltà se ne vanno in un attimo. Anche quando vengono a svegliarmi di domenica alle 6:30 del mattino solo per augurarmi una buona giornata non è possibile lamentarsi: a loro tutto è concesso!

Non è stato facile per me cambiare di nuovo ma amo questi bambini e sono felice di avere l’ opportunità di poter passare più tempo con loro, soprattutto adesso che le vacanze si avvicinano e mi trovo per la prima volta a doverle passare da sola, lontana da casa. Pensare che molti di loro non ricordano neanche l’ ultima volta che le hanno passate in famiglia!

Da un mesetto ho anche ripreso le lezioni di arte nei centri per bambini di strada e vittime di abusi, che avevo interrotto per via dei lavori di ristrutturazione degli edifici. I bambini imparano e migliorano in fretta ed è estremamente incoraggiante lavorare con loro. Stanno cercando di destreggiarsi tra le storie tradizionali delle diverse culture del loro paese: il tribalismo qui in Kenya è molto sentito, anche tra i bambini e per questo abbiamo pensato di utilizzare l’arte per educare alla pace e al rispetto. Ogni tanto mentre disegnano mi fermo a guardarli e rifletto sui posti e le situazioni da cui provengono: è da non credere il lungo percorso (fisico, emotivo e psicologico) che tutti loro hanno fatto per arrivare al punto in cui si trovano adesso. Le difficoltà e le sfide della vita sono state e sono tuttora tante per ognuno di loro ma ciò nonostante non si lasciano mai scoraggiare. Il loro obiettivo è sempre lì, fisso nelle loro menti e davanti ai loro occhi: la felicità! D’altra parte non è ciò che cerchiamo tutti!

Anche questa volta ad ogni modo non voglio dilungarmi troppo con riflessioni personali ma vorrei dare più spazio alle storie di questi bambini piuttosto che a me stessa. Credo ne valga la pena: sono molto più eloquenti. Intanto vi saluto tutti cari amici e vi abbraccio!

Alessia

“Il mio nome è John. A dir la verità John non è il mio vero nome ma preferisco scrivere così. Quand’ero piccolo ero sempre ammalato. Nel 2004 mia madre è morta di AIDS e mi ha lasciato da solo con mio padre. Non si prendeva per niente cura di me e un giorno decise di mandarmi via di casa. Andai a vivere con mia nonna. Quand’ero in quel villaggio la gente non mi voleva bene per niente e non volevano neppure che gli passassi vicino perché ero sieropositivo. Un giorno un volontario del St. Martin è venuto a casa e ci ha detto che potevo andare a vivere in un casa a Nyahururu con altri bambini orfani e ammalati come me. Avevo davvero paura dell’ HIV. Dopo due anni che vivevo al Talitha Kum, ho ricevuto un giorno una lettera di mio nonna dove diceva che anche mio padre era morto di AIDS. Mi sono sentito così solo in quel momento. Quando venne il momento del funerale, quel giorno ero molto debole ma allo stesso tempo ero anche molto arrabbiato perché in quel momento ho realizzato che tutti gli esseri umani nati da una donna devono morire. Quando vivevo a casa con i miei nonni non andavo a scuola. Ero solito passare le mie giornate aiutandoli o in casa o nei campi. Da quando però sono arrivato al Talitha Kum ho iniziato ad andare alla Nyahururu Primary School e molte persone si sono prese cura di me e mi hanno aiutato in molte cose. Adesso sono al sesto anno e sono quinto in graduatoria su sessanta bambini”.

“Mi chiamo Maina e vengo da un villaggio chiamato Kiangolu a Kiamariga, non lontano da Nyahururu ma sono nato a Nanyuki. Un giorno quando ero ancora a Nanyuki, mia madre disse a me e a mio fratello maggiore che dovevamo lasciare la nostra casa e andare a vivere dalla nonna a Kiamariga. Non ci ha detto il perché ma senza lamentarci troppo abbiamo preso le nostre poche cose e ci siamo spostati. Là abbiamo iniziato ad andare a scuola. Quando ero al settimo anno della scuola primaria, mio fratello Jackson ha iniziato a stare sempre più male e un giorno, durante le vacanze, morì. Dopo la sua morte, mia mamma ha iniziato ad essere sempre più triste e un giorno anche mia mamma ha iniziato a stare male come Jackson. È andata dalla stessa dottoressa, Ann, all’ ospedale di Nyahururu da cui anche mio fratello era solito andare. Dopo soli due mesi anche mia mamma morì. Una delle ragioni era la tubercolosi ma se si era presa la tubercolosi è solo perché quell’ altra malattia, quella più brutta di tutte (l’AIDS) l’aveva resa debole. Morì all’ ospedale di Nyahururu al reparto numero 2. Io sono rimasto allora a casa con la nonna e uno zio. Mia nonna era molto buona e da quando mia mamma è morta, si è sempre presa cura di me. Anch’ io ho iniziato ad andare all’ ospedale di Nyahururu ogni mese da Ann per parlare un po’ e per controllare che tutto fosse a posto. Ho anche iniziato a prendere le stesse medicine di mio fratello e di mia mamma: non credo di essere ammalato come loro, credo me le diano solo per prevenire. Mio zio però non ci ha mai voluto bene fin dall’inizio perché diceva che eravamo sieropositivi e tante altre brutte cose. Quando mia mamma e mio fratello sono morti, ha iniziato a diventare molto cattivo con me e ha cercato tante volte di costringere mia nonna a mandarmi via da quella casa. Un giorno è tornato a casa ubriaco e ha iniziato a picchiarmi così tanto che sono scappato, ho preso il primo matatu e ho detto all’ autista di portarmi all’ospedale di Nyahururu da Ann, l’unica persona che conoscevo. Mia nonna aveva cercato di difendermi ma mio zio ha picchiato anche lei. Dopo averle raccontato tutto, Ann ha chiamato il St. Martin. Adesso sono al DIC e vivo con altri bambini. Alcuni di loro vengono dalla strada, altri da altre parti ma sono tutti molto simpatici e gentili. Non si lamentano mai se il maestro mi dà da mangiare qualcosa di diverso da loro o se mi dà ogni tanto un bicchiere di latte, sanno che devo prendere delle medicine perché altrimenti potrei ammalarmi e quindi capiscono.”

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Da Alessia…Nyahururu, ottobre 2010

Nyahururu, ottobre 2010

Carissimi amici,
Questo mese il St. Martin ha celebrato come ogni anno la giornata dei volontari. È stato un modo per ringraziare tutti coloro che lavorano sodo ogni giorno nell’anonimato e nei villaggi più sperduti nei distretti del Nyandarua e Laikipia per le persone più vulnerabili del loro paese. Questi volontari sono la nostra ricchezza, sono le nostre “spie”! Senza di loro il St. Martin potrebbe fare ben poco. I territori sono immensi, i beneficiari sono infiniti e sarebbe impossibile per noi gestire il tutto da soli. Tutte queste persone (uomini, donne, anziani, giovani, cattolici, protestanti, musulmani, etc) riescono ad essere i nostri occhi, le nostre orecchie e anche le nostre braccia là dove noi non arriviamo.
Sono stati organizzati due appuntamenti in modo tale da poter coprire tutte le zone in cui il St. Martin opera e di conseguenza tutti i posti dove si trovano i nostri volontari. Tutto lo staff si è diviso in 5 gruppi e ogni gruppo era incaricato di una certa area. La celebrazione è iniziata, la domenica, durante la Messa in diverse Chiese (cattolica, protestante, pentecostale, etc.) durante le quali è stato presentato da alcuni membri dello staff il tema dell’ anno: “Un ponte è abbastanza?”. Grande domanda! A volte crediamo davvero di sapere quali siano i bisogni delle persone e di aver la soluzione in mano. Vediamo un poveretto per la strada, gli diamo qualche monetina, pensiamo di aver risolto il problema e ci sentiamo a posto con noi stessi. Hanno davvero bisogno i disabili solo di un po’ di fisioterapia? Sono abbastanza le medicine per i bambini malati di AIDS, un chapati per il ragazzo di strada, un po’ di analisi per una ragazza abusata? Più lavoriamo con tutte queste persone e più ci rendiamo conto che puoi anche soddisfare i loro bisogni immediati, puoi guarire i loro corpi ma per alleviare le sofferenze dei loro cuori .. la strada è molto più lunga! Dopo la liturgia c’è stato un momento di condivisione di storie ed esperienze, un po’ di canti e balli e infine abbiamo pranzato tutti assieme.

1

2


1. Presentazione del tema: “È un ponte abbastanza?”
2. Ragazzi di strada animano la folla di volontari con i loro canti e balli
Mi rendo sempre più conto cari amici di quanto sia bella la gratuità. Fare qualcosa non solo perché ci viene chiesto o perché ne siamo obbligati ma semplicemente perché lo vogliamo non ha prezzo! Credo che le mie più belle esperienze e le più grandi soddisfazioni della mia vita siano venute tutte dal volontariato: in Italia così come qui in Kenya. I soldi ci rendono solo schiavi degli eventi ma il volontariato ci rende liberi! Qui di seguito vi scrivo la preghiera del St. Martin con cui ogni martedì mattina iniziamo la settimana, più o meno tradotta fa così:

“Padre nostro,
allontana da noi ogni egoismo e rendici pronti a donare liberamente così come liberamente abbiamo ricevuto.
Gesù nostro fratello,
lasciaci seguire il tuo esempio,
prendendoci cura di chi ne ha bisogno,
ricordandoci sempre che il più grande è colui che serve di più e che il primo è l’ultimo di tutti.
Spirito d’ Amore,
legaci insieme contro colui che cerca di dividerci,
e garantiscici perdono e misericordia.
Ti ringraziamo Signore per la gioia di condividere le nostre vite con i poveri
e perchè guarire i nostri cuori.”
(Preghiera comunitaria del St. Martin)

Un abbraccio a tutti e a presto!

Alessia

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Friday, October 22, 2010

da Alessia…News di settembre 2010

Nyahururu, settembre 2010

Carissimi tutti,

come state?

Questa volta, invece di raccontarvi il Kenya, Nyahururu e il St. Martin dal mio punto di vista, vorrei darvi l’opportunità di accostarvi a questo mondo attraverso gli occhi e la sensibilità di alcuni dei bambini con cui trascorro gran parte delle mie giornate. Nessuno è più adatto di loro! Chi meglio di loro può raccontarvi che cosa vuol dire essere un bambino di strada o un bambino orfano e sieropositivo? Prima di lasciare spazio alle loro storie, che vi traduco letteralmente dall’inglese così come sono per non snaturarle, colgo comunque l’occasione per ringraziare tutti voi per l’amicizia e il sostegno che mi avete dato in questi mesi; non sono tanto brava a parole ma vi sono davvero molto grata!

Il primo ragazzino si chiama Joseph ed è uno degli ospiti del nostro centro di riabilitazione per bambini di strada (Rehabilitation Centre).

“Sono finito in strada nella cittadina di Nyahururu quando avevo più o meno dieci anni con altri tre dei miei fratelli. A nostra madre non gliene è mai importato più di tanto di noi e così, meglio andarsene da casa e cercare di arrangiarsi in qualche altro modo. Dopo solo un paio di mesi ho iniziato subito a sniffare colla e a fumare come tutti gli altri bambini e ragazzi con cui mi sono ritrovato a condividere la mia vita da un giorno all’ altro. Sono andato avanti in questo modo ogni giorno fino a quando avevo tredici anni, ovvero sino a quando alcune persone del St. Martin  mi hanno portato per la prima volta in uno dei loro centri per bambini di strada che si chiama Drop in Centre a Maina, baraccopoli di Nyhahururu. Dopo solo due settimane però non ce la facevo più a restar là e così me ne sono tornato un’altra volta in strada. Mi mancava la mia vita senza regole. Ho ricominciato immediatamente a sniffare colla e tutto il resto perché questa è la vita dei ragazzi di strada, questo è il solo modo per sopravvivere lì fuori. Mi procuravo qualche soldo per mangiare rubando pezzi di metallo, pentole, raccoglitori vari, piatti, tazze, ruote di macchine o biciclette e cose del genere da poter rivendere. Un giorno sono stato preso da una signora che mi ha offerto di lavorare per lei: dovevo pascolare le sue mucche per 500 scellini. Ho lavorato per lei per due mesi fino a che il capo del villaggio non se ne è accorto. Un giorno mi ha fermato per la strada e mi ha detto che tutti i bambini dovevano andarsene a scuola e non a pascolare mucche e così sono scappato via e me ne sono tornato in strada a sniffare colla. Avevo 14 anni a quel punto. Continuai ancora un po’ con la stessa vita, sniffando colla, dormendo per le strade, rubando e cercando cibo e cose da rivendere nei bidoni delle immondizie. Tutto questo fino a che, un giorno, non mi sono rotto la mano sinistra. Mi faceva un male tremendo e così decisi di andare al St. Martin a chiedere aiuto. Non potevo andare all’ospedale perché lì non ti curano se sei un ragazzo di strada e non hai i soldi per pagare. Quando sono arrivato agli uffici del St. Martin però gli ho trovati chiusi perché era domenica. Per fortuna però la mattina dopo alcune persone del St. Martin sono arrivate e mi hanno trovato lì per terra, che dormivo fuori dal cancello. Mi hanno chiesto allora che cos’era successo e io spiegai loro ogni cosa e gli chiesi di aiutarmi. Mi hanno portato così subito all’ ospedale dove mi hanno trattato e curato molto bene. Subito dopo, nonostante fossi molto sporco, quelli del St. Martin mi hanno riportato lo stesso al Drop in centre a Maina. Dopo circa sei mesi, quando hanno visto che ero migliorato nei miei comportamenti e che davvero mi ero deciso a cambiar vita, sono stato trasferito al Rehabilitation Centre dove sono tuttora. Adesso sto aspettando che mia mamma mi riaccetti a casa con lei. Sono un bravo ragazzo ma lei non mi crede. Dice che adesso vive bene senza di me e i miei fratelli, abbiamo sempre avuto qualcosa che non andava secondo lei e così,  per questo motivo, non vuole avere di nuovo complicazioni nella sua vita.”

La seconda storia è quella di Christine, una delle ragazzine del Talitha Kum, casa per bambini orfani e sieropositivi.

“Sono nata nel 1996 in un posto che si chiama Rumuruti. I miei genitori si chiamavano Lucy e Sospita Lopiyok. Non sono una Kikuyu come la maggior parte degli altri bambini del Talitha Kum ma sono una Turkana. Ho vissuto con i miei genitori per tanto tempo fino a che, non so che cosa è successo, ma tutti e due si sono ammalati di HIV/AIDS. Un giorno mio padre tornò a casa dal lavoro che stava malissimo e dopo pochi giorni morì. Io e mio fratello siamo rimasti con nostra madre ma dopo poco tempo anche lei ha iniziato a stare male al punto che non riusciva neppure più a darci da mangiare perché era sempre troppo debole per poter cucinare. Dopo mio padre, anche il mio fratellino minore morì della stessa malattia e mia madre era sempre più ammalata. È stato davvero doloroso. Mia nonna allora decise di prendermi in casa con lei. Dopo solo alcuni giorni anche mia mamma morì e così io rimasi definitivamente con mia nonna anche se capitava spesso che dormissi a casa da sola. Un giorno un uomo dal St. Martin, non so come, venne a sapere della situazione e venne a farci visita a casa. Parlò con mia nonna per diverso tempo e alla fine le consigliò di portarmi all’ ospedale di Nyahururu per farmi fare il test per l’ HIV. Il giorno dopo andammo a Nyahururu e dopo due giorni ci tornammo per prendere i risultati del test. In quel momento scoprii di essere sieropositiva e sin da subito mi sforzai di accettare il modo in cui ero. Nel momento stesso però in cui arrivai a casa, mia nonna si rifiutò di vivere ancora con me perché mi disse che non avrebbe mai potuto accettare la mia malattia e così quello stesso giorno mi scacciò di casa. Io non volevo andarmene da lì perché non sapevo dove altro andare ma mia zia, che viveva nella stessa casa, mi minacciò con un coltello. Mi avrebbe uccisa se non fossi scappata subito da quel posto. Sono stata così accolta dai vicini di casa ma solo perché loro non sapevano nulla della mia malattia. Ma siccome Dio mi ama, ne sono sicura, dopo pochi giorni mandò lo stesso uomo del St. Martin a controllare la situazione e quando lui si rese conto di ogni cosa convinse mia nonna a portarmi al Talitha Kum. Era il 17 aprile del 2006 e quel giorno ero davvero felice di andarmene da lì e di iniziare una nuova vita a Nyahururu, al Talitha Kum, circondata da persone che mi amano per quello che sono.”

Un abbraccio e a presto

Alessia

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